Nell'immaginario europeo, i viaggiatori del XIX secolo erano spesso considerati intrepidi esploratori solitari, e gestivano con attenzione la propria reputazione pubblica. In realtà, le loro spedizioni ricevettero finanziamenti e supporto da varie istituzioni pubbliche e private. Si affidarono in larga misura all'esperienza e al lavoro di intermediari e lavoratori africani, il cui contributo è spesso sottovalutato nelle narrazioni storiche.
Questa mostra virtuale prende spunto da una collezione di oggetti conservati nella città di Pavia, in Lombardia. La maggior parte della collezione è stata raccolta da Luigi Robecchi Bricchetti, che viaggiò nell'Africa settentrionale e orientale tra il 1885 e i primi anni del Novecento, in particolare in luoghi di interesse coloniale italiano. Attraverso gli oggetti di questa collezione, vi invitiamo a riflettere su ciò che essi possono rivelare, ma anche sulle domande che sollevano riguardo al modo in cui l'esplorazione europea venne condotta, e a come (o se) questa storia viene ricordata oggi.
RB 211, borraccia
Presumibilmente fabbricata in Europa, questa borraccia raffigura un uomo europeo con un fucile, affiancato da due donne in abiti formali. Cosa ci rivela sull'immagine che gli esploratori europei avevano di sé stessi? Come cercavano di rappresentare la propria identità europea – o, in questo caso, la propria italianità – durante i loro viaggi? In che modo questa rappresentazione contrastava con l'immagine dell'Africa data dalle sue collezioni e descrizioni?
“La spedizione ha fatto così conoscere e, spero, anche amare il nome italiano a molti popoli che ne ignoravano l'esistenza”. (Robecchi Bricchetti, 1899, Somalia e Benadir, p. 649).
“Rammentiamo che il commercio è sempre stato il più sicuro veicolo di civiltà, che fra i Somali ci sono elementi assai proficui da fecondare, vantaggi da cogliere, influenze da sviluppare. Ci vuole dunque audacia, pazienza, resistenza”. (Robecchi Bricchetti, 1903, Nel paese degli aromi, p. 536)
RB 569, bussola
Come molti esploratori della sua generazione, Robecchi Bricchetti chiedeva continuamente alle istituzioni di finanziare le sue spedizioni. Quando richiese il sostegno della Società Geografica Italiana a Roma, rimase deluso dal fatto che gli avessero inviato attrezzature – tra cui una bussola – invece di denaro. Nella descrizione della sua spedizione ad Harar, in Etiopia, nel 1888, Robecchi Bricchetti scrive:
“Avevo chiesto, per dire il vero, un piccolo sussidio alle Società Geografiche nostre, ma allora, il mio nome troppo sconosciuto, non ispirava sufficiente fiducia perchè la mia domanda fosse soddisfatta. Solo la Società Geografica italiana di Roma mi favorì, scientificamente dandomi un piccolo aneroide, due termometri, una bussoletta tascabile, due lettere di raccomandazione, ed una infinità di sinceri auguri”. (Robecchi Bricchetti, 1896, Nell'Harrar, p. 2)
Non è chiaro se questa bussola sia quella regalata dalla Società Geografica Italiana, ma ci dà comunque un'idea del tipo di supporto materiale che riuscì a ottenere, e forse anche uno sguardo sugli obiettivi della Società Geografica Italiana. Come e perché le istituzioni sostennero l’esplorazione in Africa, e quali erano le loro priorità? Come facevano gli europei a sviluppare la loro conoscenza geografica dell'Africa, e come venne successivamente utilizzata quest’informazione?
“registravo giornalmente … gli angoli alla bussola e le durate delle singole marcie … Tali mie note del diario del viaggio … mi resero possibile costruire sopra luogo il tracciamento della prima cartina completa di tutto il percorso … la carta che ho potuto consegnare lo stesso giorno del mio arrivo in Patria a S. E.il Ministro degli Esteri, il quale … si compiacque ordinarne una riproduzione al 500.000 eseguita a Firenze dal nostro Istituto geografico militare”. (Robecchi Bricchetti, 1903, Nel paese degli aromi, p. 445)
Questa mappa militare italiana, basata sui dati di Robecchi Bricchetti e raffigurante il percorso dei suoi viaggi in Somalia nel 1890, è conservata nella biblioteca comunale di Chambéry, in Francia: https://bibliotheque-numerique.chambery.fr/idviewer/25251/1
Armi da fuoco
Questi tre fucili, nella collezione di armi da fuoco di Robecchi Bricchetti conservata a Pavia, ci invitano a riflettere: da quale violenza, sia minacciata che esercitata, dipendeva l'esplorazione europea in Africa?
RB 296, fucile
Si tratta di un Vetterli danneggiato da tarli: un fucile avanzato utilizzato in quel periodo da molti eserciti europei, compreso quello italiano. L'inventario più recente della collezione di Robecchi Bricchetti lo descrive come un'arma destinata "a truppe indigene", ma non è chiaro da dove provenga originariamente questa descrizione.
Quando Robecchi Bricchetti si vanta di aver "viaggiato leggero" per la sua spedizione ad Harar del 1888 – sospingendoci a considerarlo un audace uomo d'azione – gran parte del suo bagaglio è costituito da armi da fuoco. Scrive di non aver portato nemmeno una tenda, ma le armi erano chiaramente indispensabili.
“I preparativi per la partenza furono presto compiuti. Erano semplicissimi. Una cassa di effetti personali, una di libri, due fucili da caccia, un wetterli a ripetizione, un paio di revolver e qualche centinaio di cartuccie”. (Robecchi Bricchetti, 1896, Nell'Harrar , p. 2)
RB 279, revolver
Un inventario degli anni '90 descrive quest'arma come " Arma utilizzata dall'esploratore principalmente in caso di scontri con le popolazioni somale ….". Nei suoi resoconti di viaggio, Robecchi Bricchetti descrive atti di violenza compiuti da lui stesso e dai soldati che lo accompagnavano, presentandoli come atti eroici di autodifesa contro "indigeni" ostili.
“I miei Somali si comportarono eroicamente. … Dei miei, pochi feriti e leggermente. Gli avversari ebbero sei o sette morti e non so quanti feriti. Il mio soldato Hassan mi fece dono di un arco e di freccie tolte ad un nemico da lui ucciso: li conservo tuttora a ricordo del fatto”. (1899, 131).
In che modo le numerose squadre di soldati, guardie e guide africane impiegate per accompagnare Robecchi Bricchetti complicano l'immagine dell'intrepido esploratore europeo? In che modo il linguaggio apparentemente neutro dell'inventario – la descrizione di "scontri", ad esempio – oscura la violenza che ha reso possibili queste spedizioni?
RB 310, fucile da caccia
L'inventario degli anni '90 descrive quest’oggetto come una "doppietta da caccia grossa". Come molti viaggiatori europei in Africa all'epoca, Robecchi Bricchetti era appassionato di caccia e utilizzava le armi da fuoco che portava con sé a questo scopo.
La collezione di Robecchi Bricchetti a Pavia comprende trofei di caccia e pelli di animali. Ciò solleva un interrogativo: perché i viaggiatori europei, come dimostrata da questa collezione di resti animali, erano così appassionati della caccia in Africa? Qual era lo scopo di riportare a casa così tanti trofei e pelli di animali?
Frecce
Dall'alto in basso: RB 351; RB 347; RB 343; RB 333; RB 344; RB 348
Come abbiamo visto, i viaggiatori europei usavano le armi in atti di violenza contro popolazioni locali. Raccoglievano anche esemplari di armi locali per altri motivi, e molti musei etnografici conservano importanti collezioni di scudi, lance, archi e frecce. Gli antropologi studiavano quali tecnologie fossero utilizzate in determinate località, ma non solo per mera curiosità. Le teorie dominanti in Europa in questo periodo proponevano che le culture esistessero su una gerarchia, dalle presunte "semplici" alle "sofisticate". Molti viaggiatori europei, quindi, raccoglievano armi nel tentativo di collocare i loro utilizzatori su una scala di "sviluppo".
“La tecnologia bellica sembrava fornire i dati perfetti per studiare la graduale "evoluzione" della cultura umana, dalle forme più semplici a quelle più complesse. Sembrava unire – e al contempo distinguere – tutti gli esseri umani del mondo”. (Gosden, Larson e Petch, 2007, Knowing Things: Exploring the Collections at the Pitt Rivers Museum 1884-1945, p. 47)
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- Come possiamo complicare l'immagine dominante dell'intrepido esploratore europeo?
- Quali aspetti dell'esplorazione europea in Africa vorreste che una futura mostra trattasse?